Dovrei presumo

Dovrei, presumo
capire, affrontare, elaborare.
Indulgere, accogliere perdonare.
Meditare o almeno esercitare
il diritto a reinterpretare.

Ma sono concentrata a fare,
correre, ambire,
per non pensare
che avrei voluto solo piacere
a te. Abbastanza da
non vederti (s)fuggire
e scomparire nel persempre.

Tu che ti giri e te ne vai
al posto del mantello da eroi
uno zaino e il dolore del mai.
triste e bello da far male,
e lo sguardo da "così non vale".

E devo adesso accettare che
se anche avessi il potere
di salvare e trattenere,
comunque non potrei cambiare
nulla del dolore attorno al quale
ho costruito il mio cercare.

Chi tu sia (stato) non ho idea
e mi chiedo perché
io stia ancora qua a digerire
i bisogni tuoi, cercando di
sopravvivere ai miei.

Così ti scrivo ora
per esercitare il diritto all’integrità,
forse persino alla normalità
che mi vuole non più dipendente
dalla droga di piacere
a disperati come te
per espiare l'inquietudine
che da quando mi hai lasciata,
lasciandoti cadere, abita me.
Io sei anni, tu trentatre.

E lo so, non ero io
la causa del tuo dolore,
ma non riesco ad accettare
la condanna senza appello
ad esser stata per sempre silenziata
e trattata con risoluta ambivalenza:
mai certa se desiderata o evitata.

E certo, dovrei lasciar andare
te e le nostre pretese di piacere.
Dovrei imparare a mollare, salutare
anche per sempre,
te e tutti i te che dopo di te
ho cercato di non riuscire a salvare.

Tu ti sei liberato, svincolato alleggerito.
Adesso tocca a me.
Seppur con menomante dolore
ti devo lasciar andare
per non farmi tirare
laggiù insieme a te,
dove c'è solo lo schianto del sé.

Non ho capito tutto,
mi manca più di qualche pezzo,
ma poco cambia oramai
va bene così, vai:
tu per la tua strada
io per la mia.
Tu laggiú, sotto al ponte,
io a guardarti andare via
determinata a rifiutare ogni bugia.
 

Il gioco dell'oca

Sempre uguale. È una spirale, 
ma nessuno vince mai,
nemmeno a barare, lo sai.

L'occhiale, la smorfia, la posa,
lo sguardo triste, la battuta ansiosa.
L'affano, la trama, l'inganno. 
Le foto da pubblicità,
siamo in vetrina del resto, ci sta.

Attenzione, cura, dedizione.
Stellinare, pianificare, attirare:
me e mille altre me ancora
come Lesbia e i suoi baci,
mai abbastanza, i "mi piaci".
"Eccomi--dici tu coi tuoi cuori--
vedimi, credimi, confermami
che valgo e si, mi avvalgo
della facoltà di mentire.
Tu sei extralux, ma io 
non sono da meno.
E qui sono a dimostrare 
il teorema cartesiano:
se sono sfigato e m'insegui,
sei sfigata anche tu 
e quindi io valgo di piú."

Occhei, ci sto giochiamo:
facciamo finta di non sapere 
come andrà a finire.
Facciamo che torniamo adolescenti
senza il carico di suoceri e pentimenti.
Facciamo finta che. Si possa fingere,
sperare, desiderare, addirittura ottenere.
Che si possa gestire il dolore o l'avvenire
o che ci possa essere un vincitore.

Ma il non detto pesa sempre più del detto.
E il fatto è niente in confronto al non fatto.
E ad ogni punizione si torna indietro, 
a ripetere una vita sempre troppo poca.
La perversione del gioco dell'oca:
dove non conta sapere le regole,
ma andare avanti. Con o senza anestesie.
Giusto per accumulare nostalgie.

E tutto riparte a parte la voglia di giocare.
Che ecco, appunto, non ho più.
Persa per strada mentre cercavo di giocare
a salvare te per riuscire a redimere me.
Ma passata l'adrenalina della gara,
rimane solo l'intima solitura
(la temibile solitudine in paura).


C'è una sfumatura di bianco

C'è una sfumatura di bianco,
che non ha nome.
Non è bianco latte, 
nè sporco, nè avorio. 
Non un bianco spento nè puro. 
È un bianco senza sfumature. 
È netto come la notizia che porta. 
Se avessi davanti un barattolo di vernice, 
potrei riprodurlo con precisione: 
un goccio di giallo, 
quello dell'erba secca. 
Un goccio di viola, 
quello degli ornamenti funebri demodè. 
Un goccio di grigio, 
quello della cenere. 
E una lacrima secca, 
una sola, 
di quelle che lasciano la scia di sale 
a tracciare il percorso 
dello spettacolo della morte.

C'è una sfumatura di bianco,
che non ha nome, 
perchè alle parole
e ai nomi
diamo il compito
di raccontarci
e ci sono colori
che non vorremmo mai vedere.


E' un dolore

È un dolore
che mi mangia questo,
ma senza consumarmi.
Mi rumina le viscere
e la mente.
come fossero gomma
masticata e poi sputata.

E mi frugo dentro
e mi parlo fuori
e scalcio, mi dimeno,
prego e urlo
in cerca di sollievo
anche temporaneo.

Ma trovo pensieri accartocciati
come cheloidi induriti
risultati di chirurgie improvvisate
per rimediare altri dolori
congeniti, primordiali, ereditari.

E non so, non capisco
cosa è stato aperto
reciso, rappezzato.
Perché la cura mi voleva incosciente
e distratta.

E adesso, di nuovo sveglia,
si aggiunge al dolore della memoria
quello del risveglio
da un’anestesia da romanzo
cercata con fermezza
sullo schermo retroilluminato
di parole di solitudine.


Culpa et pudor (maledetto Cartesio)

Ammiro le persone
come te
che riescono a proteggersi
dal dolore
e da me.

E’ un errore, certo
procedere
senza pianificare.

E’ un desiderio
inquieto il mio
o ingenuo forse,
come dici tu.

Conoscersi vuol dire 
per te, sapere
che potrei essere 
o diventare.
Perché certo sai
che non c’è conoscersi
nemmeno ad incontrarsi.

Ma. 
I miei pensieri 
si erano attaccati
a quell’eppure. 
Che rimaneva lì
appeso a guardare 
come un ritratto
in un museo sconosciuto.

Io non sono brava a ragionare,
E non sono paziente.
Corro, sbatto,
mi stizzisco, cado e mi rialzo.
E poi corro di nuovo,
sempre in gara 
con me stessa.
E a volte mi capita
di perdermi.
Troppo veloce 
persino per inseguirmi.

E così si, 
hai ragione tu.
Maledetto Cartesio
allora, 
che ci ha negato
il sentire.
E benedetta logica,
che non sbaglia mai.

Lei.

Io si.


Antropologia del calore

Ispirata da Anne,
forse potrei
certo vorrei 
comporre un’antropologia 
del calore
raccontare del piacere 
che provo a passare 
la mano la mattina
sul legno della ringhiera
che mi guida all’identità ordinaria
e in segreto penso
alle mani che lo hanno toccato
in decenni di abitudini
e consumato 
fino a farlo diventare
morbido e caldo.
E allora tutto si allontana
e io torno ad essere 
solo un’altra mano
che liscia e riscalda
per qualche lieve istante
il tempo che non mi conterrà.


Il waltzer virtuale

Che tristezza,
che profondo vuoto 
strascicano dentro
questi incalzanti
e indulgenti tentativi 
di cercare calore, 
la vita persa
e quella sperata.

Ci si trova
mai per caso.
Ci si cerca
con impegno
mossi dai bisogni stipati
nell’indicibile.

E si approda alla fugace
intensità.
Naufraghi su relitti di pensieri,
sventolando una laurea
in dignità.
S’inonda per poco
il corpo, 
a volte il cuore,
di sangue e calore.
Di nascosto.
In un segreto collettivo
e condiviso.

E l’importante diventa secondario
e il passatempo vitale.

E poi via.
Correre a rifugiarsi
nel silenzio zittito,
per sfuggire il giudizio
e la vergogna
di aver violato
le regole contrattuali
controfirmate dal sé
per tutelarsi dalla vita.

Tutto in corsa.

E ancora via,
pronti a rispondere alle urla
dei bisogni di essudare
parole e umori.
Via a cercare 
un nuovo non incontro.
Con la certezza
di trovare un nuovo vuoto.

Che tristezza.
Profonda tristezza.


Peccato

Ho quest’immagine.
Imminente, nitida, 
fisica, impellente.

Una morbida penombra.
Scure le tende.
Bianche lenzuola
increspate dai nostri pesi.
I nostri corpi
lunghi, nudi, 
avvinghiati, in silenzio.
Nascosti l’uno nell’altro.
A raccontarsi la propria 
inespressa passione,
con pelle, mani e labbra.
E gambe e sospiri.
E indulgente mistero. 

E so che non vuoi.
Ma ho comunque fatto il conto
di ciò che potrei offrire.

Potrei accoglierti, tutto. 
Proponimenti, odori,
pause e umori.
Senza giudizio.
Senza tentare di cambiare.
Potrei abbracciarti
e sentirti senza spaventarti.
E potrei ascoltare la tua mente
e la tua pelle, senza temerti.
Potrei baciarti fino
a dimenticare chi siamo
o dove, o perché.
Potrei leccarti lacrime e denti
e annusare i tuoi turbamenti.

E cos’è, mi chiedo
Che invece vorresti tu?
Che placherebbe i tuoi giudizi
le tue riflessioni e le tue vergogne?
Cos’è che calmerebbe le tue irritazioni?

Poco cambia adesso.
Accetto i rifiuti
con galanteria maschile
sapendo che a breve 
saremo un “peccato”.


Tic tac tic tic

Tic tac tic tic

Un tempo dilatato questo,
forse il nostro.
Ore fatte di parole inconsistenti
Giorni fatti di desideri impudenti
Un orologio che conteggia le presenze
di ordinarie mancanze

Il ticchettio delle dita sulla tastiera
Il pulsare del cursore in attesa
Il trillo del messaggio indagatore.
Un cuore elettronico,
un respiro virtuale
un contatto irreale
un’emozione struggente,
una necessità irriverente.

Bulimie di desideri inespressi
Ti leggo perplessa, forse sperante.
E inizio il gioco delle carte:
il tentativo di previsione
per placare la tendenza all’ossessione.

Eccitante, rassicurante, stancante.
Stacco, penso, prima che il distacco
mi possa far male.
Toccheremo con mano il limite
di questa piscina bordata di sicurezze.
Ci aggrapperemo a questo tempo
bloccato con cura per non intaccare un reale
in cui la paura si annida
Tra le parole dette distratte.

E' un carnevale questo:
Il re è nudo e noi spogliati di temporaneità.


Se avessi il coraggio

Se avessi il coraggio

di non cercare le tue menzogne.

Se potessi guardare le tue mani senza volerle solo a me.

Se riuscissi, come Adriano, a domare pensieri ed ossessioni.

Se fossi capace di non smarrirmi quando guardo con i tuoi occhi.

Se osassi non ricordare, non pensare, ma solo perdonare.

Se fossi vuota, come riccio di mare, da pensieri e paure.

Se non mi giudicassi con la severità che riservi a te stesso.

Se sentissi nel cuore, vere, le parole offerte di fretta.

Se non temessi di dirti quelle che mi rimangono dentro.

E se invece potessi fermare quelle che dico,

mentendo a me stessa.

Allora ti troverei, senza indugio.

E ti darei le parole che cerchi.

E persino me stessa.


Un mondo di pubblicità

Fai l’occhiolino e m’inviti, 
ma senza concessioni.
Vieni, mi dici,
ti offro un mondo di pubblicità.
Io scruto, un po’ impacciata
attratta e intimorita.
So che la carrozza
a mezzanotte si trasformerà
e lo spot durerà 
solo trenta secondi.
Dopo i quali
la realtà non sembrerà più
l’elenco dei desideri avverati
impilati con cura, come piatti lavati
per arrivare più in alto,
a toccare il mondo di pubblicità
che avevo scelto per me.


Scrivimi

Scrivimi ti prego.
concedimi un cenno,
o la rassicurazione
che non sono sola
in questa ossessione.

Se il mio pensiero bastasse 
a muovere il destino
offriresti una possibilità.
Cercami allora, 
fammi essere una novità.

Scrivimi ti prego,
concedimi un segnale:
che anche tu 
come me 
pensi ai se, 
i ma e i meglio così.

Centoventi minuti,
o poco più.
Tanto è durato il nostro
incontrarsi per decidere
che era necessario
ritrarsi.

Ti ho dovuto allontanare
per non subire 
la tua paura di me.
Ma ti vorrei.
Si, ti vorrei ancora
cercare, conoscere,
ascoltare.

Scrivimi, ti prego.
Ancora.
Non ti esercitare
ad allontanare,
almeno questa volta.
Giusto per provare.
Cedimi.
Cerca in me
la verità che nascondi a te.


Fine

Una storia che inizia con la fine.
Lo sappiamo tutti e due.
C’è un confine
Oltre al quale non è concesso domandare
Aspettare o persino sperare
E si, se continuiamo a giocare
C’è il rischio di farsi male.

Parole aperte
Parole disposte
Parole incontrate
Come labbra appoggiate
A delimitare
Il desiderio di non entrarsi dentro

E potevamo
salutarci con una stretta di mano?
No, hai deciso.
E io ti ho ascoltato.
Tu hai i tuoi tempi
Mi hai avvertito.
Ma avevo già deciso
Che avrei abboccato.

E adesso temo
il peggiore dei distacchi:
“Ci ho pensato sai,
mi spiace, non potrei.
Piacere, si, molto
piacere di averti conosciuto,
annusato, salutato.
Freddo eh?
Si, il tempo è peggiorato.
Ma si sa,
Passerà.”


Sshh

In silenzio,
al buio,
e senza parole
avrei voluto incontrarti.

Niente da dire
o spiegare
per tamponare l’imbarazzo
iniziale
nel confermare
che la fantasia virtuale
non è
noi, o te, o altro ancora
ma solo il fisso distrarmi 
da me.


Quel senso di

Quella senso di, 
o che, 
avremmo potuto essere 
o diventare
noi.

Dopo un’incontro, 
uno, 
sentire la certezza 
di una mancanza
e sperare che pure 
qualcosa accada
nonostante un presente
perfetto così.


Ho sentito il tuo desiderio

Ho sentito il tuo desiderio
Imporsi parafrasi che si piegavano
alla grammatica dei ruoli.

Ho risposto con il mio odore
E ti ho chiamato in silenzio.

Ho immaginato incontri 
Senza parole 
E una domanda, 
A cui rispondevo leggera
Che la matematica delle emozioni
Scrive sempre equazioni irriverenti.

Mi rimane solo il ricordo
Della tua mano scivolata 
Un po’ più dolce e lenta
Lungo il mio braccio estivo.


Il ricordo più nitido che ho di te

E’ il maglione che indossavi al contrario
presuntuosa presumo infilato distratto,
preoccupato dall’orario
o forse dall’evitare un contatto.

Non credo tu mi abbia dimenticata,
al limite scansata con ostinate intenzioni
allontanata per non disturbare il programma
di una vita senza abbandoni.

Ti sento: è rumoroso il tuo impegnarti al silenzio.
A volte sorrido. Chi fugge è più impaurito
di me quando penso che vorrei invitarti
una notte a conoscerci senza parole
e poi lasciarsi andare, così com’è naturale
solo dopo essersi lasciati baciare
da quel qualsiasi cosa che ci ha fatti incontrare.

Allora la memoria non si sentirebbe più sola
e ti lascerebbe libero di non far finta di essermi amico
e tornare ad indossare le norme e i maglioni
nel verso giusto, quello del tuo manuale
per una vita senza dolore.


Sangha

Le belle memorie hanno spesso un sapore,
a volte un odore,
che riporta in un istante
all’emozione di un presente
in quel momento assente.

Il sangha ha l’odore del sambuco.

Ne ho portato con me un piccolo rametto fiorito,
un piccolo pezzetto
di un albero perfetto.
Donatomi al volo prima della partenza,
per ricordarmi dolcemente la mia presenza.

Piccoli, bianchi fiorellini
perfetti come quelli dei disegni dei bambini
persi seri e veri tra i loro pennarelli.

L’ho appeso sullo specchio per preservarlo anche appassito.
Mi ricorda la magia di un’armonia che ho imparato a ritrovare.
Attaccamento, forse, a momenti affettuosi
ma adesso, ogni volta che passo davanti a quel mazzetto
sento l’odore di quell’amore libero e perfetto
che mi ricorda sorridente che i miei respiri
sono preziosi come i fiori dell’albero prediletto.


Buone parole

ti ho augurato.
Che ti fluiscano nel sangue
e ti affiorino sulla pelle
fino ad inturgidirti i peli.

Buone parole:
ricciole, arricciate
affamate di una notte o di un buio
da oblio.

Buone parole:
di quelle con un odore
che ti fanno onore
della loro presenza
e della loro mancanza.

Buone parole:
che ti si accuccino in grembo
e tu possa cantar loro
una ninna nanna tutta d’oro.

Buone e sante parole:
come a un mendicante
ti elemosinino amnistia
o altra forma di amnesia.

Buone
siano buone e forti
e piene di passione.

Buone parole:
buone. Una concessione,
un dono, un gesto.
Lascia che sia amore
a guidarle e non rabbia.
E allora saranno proprio tue
e saranno più buone.


Prova

Per sentire chi ti sta di fronte bisogna farsi grandi come il mare.

Ti pare.
Ti pare che quando arrivi lì,
sulla sua sponda,
ti metti ad ascoltare
il suo andare e venire.
Ma lui è sempre
da sempre eterno.
E’ il cuore di Dio
che batte placido
senza parole
da dire.
E’ lì ad ascoltare
il tuo amore
o il tuo dispiacere.
Lui è nei tuoi ricordi
e nelle tue preghiere,
nei tuoi auguri
e nei tuoi desideri.
Prova allora
a respirare e farlo entrare.


Respiro

Quasi al buio,
cammino sbadata
sul chicco di tempo
che mi è

E con me
cammina
senza impedimento
il mio respiro.
Mi scorta
senza volontà
e senza indecisione
nonostante
la mia inabilità

Non lo sento
ma lui
mi è dentro,
sempre accanto

E tale è la gioia,
quando me ne rammento
e lo osservo
fedele e certo
accarezzarmi
il cuore.

E mi lascio andare
finché riesco,
alla sua guida
perfetta.
Entra ed esce.
Nutre e abbandona.
Prende e cede
senza fede

E’ il respiro
che mi respira
e mi riporta
chiara
alla luce
della mia unica meta
sicura.


Invecchiando

Mi sono vista passare specchiata
su una finestra di un giardino oscurata.
Ho visto sorpresa una donna della mia età.

A chi espressi questa mia perplessità
concluse di fretta avessi paura
e cercò di rassicurarmi con nuovi vezzi e nuove verità.

Ma su quella finestra io ridevo sincera
e vera più che mai.
Non allo specchio ma a me stessa senza età.
Bambina, saggia, bizzosa, persino senza pietà.

Cara ragazza dai tacchi alti e gli occhi da pubblicità,
quando vedevi passare una donna della mia età,
non immaginavi certo che i suoi colori meno appariscenti
vestissero umori meno stridenti
e finalmente leggeri di libertà.


Stavo correndo,
ferma,
a volte,
camminando
altre,
col volto girato indietro.

Stavo nuotando,
gattonando,
saltando
verso un giorno da giornale
verso un futuro
sicuro
verso la fede
di non-vuoto.

Stavo correndo,
di fretta e
all’improvviso,
sono rimasta
impigliata.

A te.

Appiccicata
Come lingua
su ghiaccio secco.
E il sole
mi è scoppiato in bocca.
E la pioggia
nel ventricolo
sinistro.

Giovane arbusto
di ginestra
fibroso e flessibile
odoroso e improbabile.

Il vento mi ti sventolava
contro
mentre cercavo teoremi
che stabilissero
se fosse meglio
strapparmi,
reciderti
o risparmiarmi.

E non potendo io,
brandello di vessillo
continuare a correre,
mi sono ibernata dentro,
per mancare lo scontro
strappandomi la lingua,
anestetizzando il dolore,
allattando rancore.

Finalmente caduta
ho ripreso
la camminata
e mi sono ritrovata
in collina
salire verso
un panorama

e per un attimo

il fiato mi ha distratta
e costretta
ad incontrare l’intorno:
c’erano ovunque
schizzi di ginestre
come fiori qualunque
a benedire
la ritrovata libertà.

Non da te,
ma dalla corsa.


Inizi una storia

notando subito
ciò che sai ti spaventerà.

Lui vuole stare qua,
tu vuoi andare là.
Fai finta di niente, 
pensi che cambierà
idea, forse cambierai
tu. Vediamo, aspettiamo, 
non è rilevante
ti dici sorridente 
e come Dante 
torni a pensare 
a tutto quello a cui ti puoi attaccare
per costruire un sogno 
che è solo per te.

Inizi una storia 
notando sicura
quello che credi ti possa piacere
giocando con quello che sembra e che può.
Scegli: questo lo tengo, quello no. 
Inizi così,
ti perdi già lì
l’amore da dare.

Inizi una storia così
perchè quello è il momento,
parli alle amiche per gonfiare il sentimento
e scegli precisa i dettagli da trascurare.

E salti, corri, insegui,
inizi, sogni e giochi
fino a che un giorno ti fermi
e ti chiedi che senso ha.
Hai perso qualcosa per strada, 
forse la fedeltà
a te stessa credendo sicura 
che un principe arriverà
a salvarti dalla paura.


Ciclo

Sognare
e proibirsi di sognare.
Nuoto nel tempo
aspettando il ciclo
del mio sangue.

Ovulo,
mi gonfio
sanguino,
mi sgonfio.

Ovulo,
mi gonfio,
sanguino,
aspetto,
controllo prima,
controllo dopo,
va sempre tutto bene.

Gli anni passano
il sangue aumenta
il dolore pure.

Dovrebbe partorire
prova a dire
il dottore.
E tu ti mordi le labbra e continui ad aspettare
di imparare a non curarti di quelle parole
di imparare a vivere nel presente
senza convenzioni né costrizioni.

La verifica dell’attesa,
che conferma l’attenzione
per ciò che sta per arrivare
e non per ciò che c’è.
E’ un’educazione
questa del sangue
a vivere in perenne stato
premestruale.


Amo quelle mattine
rare ma poi così non tanto
in cui la tortora mi ricorda bambina
e il peso del piumone sulle gambe nude
mi riconsegna a me stessa
protetta e felice.
Rassicurata nei sentimenti.

Amo quelle mattine, pacate
in cui il giorno ancora non si svela
e come me fatica
a togliersi da quel batuffolo
caldo che è stata la notte
nel suo letto premuroso
di lenimenti.

Amo quelle mattine in cui,
parrebbe senza motivo,
il mio volto si sveglia
con un sorriso
aperto e fiducioso.

Capitano, a volte,
queste mattine affettuose
sempre più spesso
adesso che ho ritrovato me stessa
in un caldo letto, al risveglio
sorridente di mattina.


A volte
vorrei essere una nave
anzi, una piccola chiatta
un’asse di legno, una foglia, una barchetta
sottile e leggera per scivolare via indenne
tra i dolori che vedo
mentre percorro la vita.

I pesci al mercato stipati, infilati in vetrina
qualcuno a testa in giù
boccheggiare senza nemmeno lo spazio per sperare
qualcuno a pancia in su
zeppati come parole dentro al cervello
nella vasca verde per essere venduti
assieme alla speranza di un pasto lauto
che allontani l’idea della morte.

L’amica di famiglia invecchiata, ingrassata,
una piccola toppa sulla spalla, i vestiti non alla moda,
addosso a lei una sorpresa.
Come stai, le chiedo, diciamo bene, sorride
ma con la testa si lamenta.

Il cucciolo di cane abbandonato al suo tremore
dentro ad una scatola di cartone
per ripararlo dal pavimento dell’inverno
e dai sensi di colpa dell’ ex-padrone.

La vecchia contadina
alta come una macchina
Che aspetta, guarda, sospira, aspetta
E poi, senza smettere di aspettare si carica
il sacco pieno di mercanzia
sulla spalla sinistra e la borsa piena di sospiri
sulla spalla destra e lenta s’incammina verso altro aspettare.

Dolore, mi pare,
chissà che non siano i miei occhi a travisare
e ciechi vedere qualcosa che non c’è.

Una barchetta quindi vorrei essere
per scivolare via sulle onde di questo mare.
Una barchetta senza timone
e senza timore del dolore.
Un piccolo pezzo di legno
che si lasci trasportare a quell’unico mare
a cui tutti i fiumi portano e dove nessun legno
può affondare.


Devient ce que tu est

Temo tu (non)
mi chieda che cosa mi và di fare
o insista per fare quello che mi pare.

Ti ho detto: vorrei riuscire
ad essere ciò che sono. 
E mi viene da urlare,
ma rimango educata in amputato silenzio.
Lo sai che cosa mi va di fare!?

Sdraiarmi su un prato, sul letto,
sul petto di una barca, o un tetto
e lì perdere il tempo, tutto.
Imparare dolcemente a guardarsi
dritti negli occhi senza ritrarsi.
Sfiorarsi il profilo della pelle senza fare l’amore
imparare a respirare
calmi e diventare tranquilli come fossimo soli
e incontrare l'insieme, senza sorpresa.

Parlare, anche, ma tra mille silenzi accucciati.
ritrovare il ricordo del tuo sguardo
e accudire la perenne speranza:
siamo proprio noi
ciò che vorrei.

Potrei dirti tutto questo
dopo sole tre ore
passate a parlare?

Mi accorgo allora solo
ora, scrivendo sola,
su questo schermo vorace
che mangia in silenzio
le parole non dette a te,
che non sono io, ciò che si cela
dietro a questo sogno,
ma il pegno di un amore che non c’è.


Non m'invitare a cena

Non m’invitare a cena
ti prego,
non a vedere un film, o al mare,
non mi chiedere, non mi spiegare,
non mi leggere, non mi telefonare.

Io vorrei solo
fare l’amore.
Adesso, spesso, al più presto.
Così, sconosciuti, lenti sembrando
impazienti. Senza parole
da dirsi, senza desideri
se non quelli di far incontrare i nostri corpi
da soli, senza noi due lì in mezzo a disturbare
ognuno con le sue paure.

Lascia che i nostri odori si mischino
ti prego, prima di presentarmi
un’anima che non conosci.
Lascia che le nostre pelli ci guidino
in dialoghi senza imbarazzi,
che le nostre mani si stringano 
attorno alle attese 
e raccontino i nostri irriverenti desideri.

Allora forse riusciremo a tentare l’esperimento dell’amore.
ma non ti preoccupare, non è questo
l’altare su cui sacrificare le nostre intenzioni.
Questo è solo un divertimento che veloce evaporerà
nel passato se io accetterò
il tuo prossimo invito.


Amo la solitudine

a volte, 
mi stanca la solitudine.
Mi sento sola 
spesso
la notte
proprio prima di dormire
abbraccio il cuscino
per consolare il desiderio di chissà che.
Un amante, una madre, forse te
O me.


Un corpo 
che mi entra dentro 
dalla bocca,  
da sotto alle unghie. 
dalle lacrime leccate.

Un pensiero 
che albeggia regolare, 
mi tramonta nelle viscere 
come fosse 
addosso a un mare. 

Porta buio e luce 
buio e luce. 
Onde, 
come respiri, 
dentro e fuori. 

Peristalsi 
che mi digeriscono 
i pensieri. 
Escono a te 
e tornano a me.


Straziante 
è l'io. 
Stridente
tormenta 
possente 
che naviga dentro. 
Contro. 
All'oceano 
dell'essere 
io Ulisse 
senza patria 
senza traiettoria 
cerco il riflusso 
all'utero, 
all'abisso 
che mi raccontano appagante. 
E mi dicono 
mostrati riverente 
scrivi un arcobaleno! 
Impara il perdono. 
Scrivi. Vivi. 
sono i tuoi umori. 
Vivi. 
Rimuovi 
da te 
te stessa. 
Non essere 
un io. 
Dio 
è un pensiero 
presuntuoso.


Buona notte,
dolce, anima errante.
Notte buona e sospesa,
piccola mente impaziente.

Lascia che il corpo sfugga da sé
lascia che il sonno si curi di te.
Cedi le tue stanche vertebre ai suoi complimenti
e gli orgogliosi piedi ai suoi lenimenti.

Dona i tuoi disagi a questo tempo che tempo non è
e gentilmente svestiti da te,
immergiti in quest’odissea,
renditi come onda alla marea,
al puntuale connubio che su tutto regna.

Domani sarai montagna e legno,
fango e sogno
così come oggi eri piuma e pegno.

Ti abbraccio, ti stringo,
dormi serena, tranquilla riposa
riemergi buon giorno, risorgi preziosa.


Amo la poesia

Dalla narice dell’anima entra sottile

e mi riempie d’intimo in quattro parole.

Persino quando parla febbrile,

riaccorda i miei passi al ritmo ventricolare.

 

Sasso immateriale, cade dentro alle emozioni

massaggiandole con circoncentriche vibrazioni.

Riveste l’umore di elegante portamento

e mi scopre grata, sospirare il momento.


AAA

Cercasi Dio Pagano
per incontenibile, solitario, antico vulcano.
Uno che possa sopportare le mie temperature
e non tema scottature.

Osservo uomini incuriositi
camminarmi turisti sulla pelle
per cercare un amuleto,
scoprire un segreto o documentare il coraggio
di un viaggio addosso al proprio timore.

M’interessi, dice lui, ma meglio non vedersi.
Ti amo, dice l’altro, ma meglio non impegnarsi.

E io continuo a bollire e fumare,
incapace di contenere le mie emozioni.
eppure salda nelle mie eruzioni.

Cerco un Dio allora,  possibilmente pagano,
anche un mago può andare,
che abbia il potere di entrare
dentro a me, senza paura,
senza premura di catalogare
motivi e ruoli o prevedere sviluppi futuri.

Cerco un Dio qualunque, possibilmente buono
che abbia pietà di una personalità
bollente, scenda dalla sua nuvoletta
e si accucci comodo nel mio ventre
a riposare le ossa tra i miei vapori
e sorrida dei miei calori che per lui,
saranno normali.